Effetti del cambiamento climatico in Italia: quali sono e perché è importante conoscerli

Secondo il bilancio degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia stilato da Legambiente, il 2020 è stato per la nostra penisola un anno difficile non soltanto dal punto di vista della pandemia, ma anche dal punto di vista climatico: stando alle stime i fenomeni meteorologici estremi (come nubifragi, siccità, trombe d’arie, alluvioni, ondate di calore sempre più forti e prolungate) che hanno colpito l’Italia sono stati 239 (in confronto ai 157 registrati nell’anno precedente) e le vittime 20.

 

Ma quali sono, nel dettaglio, gli effetti del cambiamento climatico che hanno colpito il nostro Paese?

 

Ce ne sono diversi, di noti e meno noti: a cominciare dall’acqua alta di Venezia, che nel 2019 ha raggiunto il suo picco, e che è forse uno dei pochi fenomeni a guadagnarsi uno spazio nei media tradizionali, passando per lo scioglimento dei ghiacciai alpini, fino ad arrivare a conseguenze del cambiamento del clima meno note (o delle quali sono meno noti i meccanismi): l’innalzamento del livello del mare, le specie aliene che invadono i raccolti, le api che rischiano di scomparire.

 

L’innalzamento del livello del mare

 

Il meccanismo che sta alla base dell’innalzamento del livello del mare può essere spiegato in questo modo: poiché l’acqua ha una capacità di assorbimento termico mille volte maggiore dell’aria, sono i mari ad assorbire una gran quantità di calore, impedendo all’aria di riscaldarsi eccessivamente e consentendoci di limitare i danni prodotti dalle emissioni di gas serra. Scaldandosi, i mari si dilatano, l’acqua aumenta di temperatura e questo fenomeno, unito allo scioglimento dei ghiacci terrestri, fa sì che il livello dei mari salga in tutto il mondo.

 

Stando ai dati relativi alle variazioni del livello dei mari riportati dall’Enea, agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, il livello del Mediterraneo si sta innalzando velocemente, a causa del riscaldamento globale. Entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento: è quanto si legge in un report dell’agenzia, ricco di informazioni dettagliate su come e quali saranno le zone costiere e i porti più a rischio.

 

Come scrive Stefano Liberti in Terra bruciata, un libro d’inchiesta che suggerisco per maggiori approfondimenti sul tema e che racconta, in un viaggio da Nord a Sud, le conseguenze dei mutamenti del clima che stanno colpendo l’Italia, il fenomeno dell’innalzamento dei mari sta colpendo diverse aree italiane, e nonostante Venezia sia quasi sempre sulla bocca di tutti si dedica invece meno attenzione ai lunghi chilometri di coste, stabilimenti, paesi, strade e linee ferroviarie a forte rischio di inondamento. Citando quanto riportato in Terra bruciata: Il profilo costiero del nostro Paese sembra destinato a cambiare e le grandi spiagge che conosciamo a ridursi o a scomparire”.

 

Tornando ai dati raccolti dal Centro Enea, i ricercatori hanno sviluppato in collaborazione con il MIT di Boston un modello che combina diversi fattori, per ricavarne delle previsioni su quello che potrà essere in futuro l’andamento del nostro mare. Secondo quanto spiegato dal climatologo Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di “Modellistica climatica e impatti” dell’ENEA, il Mediterraneo è un mare che possiede caratteristiche del tutto particolari: assomiglia a un grande lago, delimitato dal deserto del Sahara e dal massiccio alpino, uno dei più alti al mondo, e riceve acqua dall’Oceano Atlantico attraverso lo Stretto di Gibilterra, e dal Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli. Questo travaso di acque avviene perché l’Atlantico è più alto di 20 cm e il Mar Nero di 50 cm rispetto al Mediterraneo. Queste sue caratteristiche lo portano a scaldarsi più rapidamente, di circa 0.4 gradi in più rispetto alla media degli oceani, il che fa guadagnare al mar Mediterraneo l’appellativo di hotspot climatico, ovvero di un’area in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano in modo più rilevante. Poiché l’Italia è posizionata proprio al centro di questo hotspot siamo più esposti alle conseguenze rispetto ad altri paesi, come dimostrato dall’aumento delle temperature più alto rispetto alla media e dalla maggiore frequenza con cui i fenomeni metereologici estremi colpiscono il nostro paese. Come scrive Stefano Liberti, dunque, “l’Italia è di fatto sulla linea del fronte del cambiamento climatico”.

 

Un altro fenomeno legato al cambiamento degli ecosistemi marini è la presenza di “nuove creature” che hanno fatto capolino sulle nostre rive, spinte dalla mancanza di cibo in profondità a risalire in superficie: Adriano Madonna, professore di Biologia marina all’Università Federico II di Napoli e di Scienze ambientali alla Scuola superiore di tecnologia per il mare, cita la comparsa di totani giganti, barracuda mutanti, pescecani e meduse super urticanti che “si spostano a riva a caccia di cibo, perché i fondali sono sempre meno abbondanti” a causa di un’altra conseguenza molto rischiosa del riscaldamento globale, l’acidificazione degli oceani. Stando ad un elenco stilato dalla Società italiana di Biologia marina, al largo delle coste italiane sono state avvistate più di duecento esemplari mai visti prima.

 

Secondo Madonna siamo di fronte alla prova che il Mar Mediterraneo si sta tropicalizzando, ma i nostri mari non sono gli unici habitat ad ospitare specie aliene.

 

La cimice asiatica

 

Nei campi agricoli che attraversano tutto il nostro paese, e in particolare nel Nord Italia, in territori come l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige, è apparso un insetto capace di aggredire le coltivazioni, riproducendosi con incredibile velocità e senza avere, nel nostro territorio, un antagonista naturale: stiamo parlando della cimice asiatica o Halyomorpha halys, questo il nome scientifico dell’insetto orientale, che si posa sui frutti per bucarne la scorza ed estrarne il nettare attraverso una specie di proboscide. Una volta terminato di cibarsi le cimici volano via, lasciando all’esterno del frutto un piccolo bozzo e trasformando il colore della polpa in ocra: il frutto diventa ormai da buttare, e così accade per buona parte dei raccolti. Secondo Lorenzo Martinengo, il tecnico agricolo della Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana, la cimice asiatica è un insetto polifago, che mangia cioè qualsiasi cosa, dalle piante da frutto a colture di cereali e di legumi, è stata avvistata per la prima volta in Emilia Romagna nel 2012 e da allora non ha fatto altro che aumentare la sua presenza. Si tratta di un insetto altamente resistente, arrivato nel nostro Paese attraverso gli scambi commerciali con l’Asia orientale, e ha trovato qui da noi inverni miti che gli hanno permesso di moltiplicare la propria presenza in maniera esponenziale, rendendo di fatto i meccanismi per cercare di contrastarlo del tutto o quasi inutili. Secondo gli studiosi, l’unico modo efficace per eliminarla è importare un’altra specie aliena, sua antagonista naturale, conosciuta come Trissolcus japonicus, o vespa samurai, anch’essa proveniente dall’estremo Oriente, che depone le sue uova all’interno delle uova della cimice asiatica distruggendole. Nei territori del Sud la cimice asiatica non si è ancora diffusa in modo rilevante, ma secondo gli esperti è solo questione di tempo affinché raggiunga il meridione e vi ci trovi anche condizioni migliori, date le temperature persino più alte. Secondo Lorenzo Martinengo è probabile che nel tempo si stabilirà un nuovo equilibrio e spunterà in natura qualche suo antagonista naturale, ma i tempi della natura non sono gli stessi degli esseri umani, per cui è necessario che gli agricoltori corrano ai ripari ben prima che “l’ecosistema si rimetta in asse”.

 

Secondo Piero Genovesi, zoologo ed esperto di conservazione delle specie animali e ricercatore dell’ISPRA, negli ultimi 30 anni, nel mondo, il numero di specie aliene è aumentato del 76% e in Italia, nello stesso periodo, addirittura del 96%; questa crescita è dovuta a diversi fattori: il gran numero di scambi commerciali, la navigazione, l’acquacoltura, l’agricoltura, le attività forestali e, negli ultimi anni, il commercio di piante ornamentali e animali da compagnia. “Le temperature sempre più alte rendono il nostro continente più adatto a moltissime specie tropicali che fino a pochi decenni fa non avrebbero potuto sopravvivere ai nostri climi” dice Genovesi.

 

Ma tra nuove specie che proliferano, ce ne sono invece altre gravemente a rischio.

 

Le api in pericolo

 

Secondo un articolo de L’Espresso del 30 marzo 2021, “negli ultimi cinque anni nel mondo sono scomparsi 10 milioni di alveari e in Italia se ne sono persi oltre 200mila” il che è preoccupante, poiché più del 70% della produzione del cibo che mangiamo è legato all’azione delle api e di altri insetti impollinatori che, come si legge nell’articolo, “volando di fiore in fiore favoriscono la fecondazione incrociata delle piante”.

 

In un Ted Talk tenuto dall’entomologa Marla Spivak dal titolo “Why bees are disappearing”, la studiosa mostra due immagini a dir poco auto esplicanti: in una si vede il reparto ortofrutta pieno di prodotti, nell’altra lo stesso reparto con i  banchi quasi vuoti, e le due immagini riportano rispettivamente le descrizioni “la tua scelta di prodotti con le api, la tua scelta di prodotti senza le api”.

 

Secondo ricercatori, apicoltori e studiosi la scomparsa delle api è riconducibile ad un insieme di fattori: per esempio, l’uso sempre maggiore di insetticidi e fertilizzanti e il crescente utilizzo di monocolture e di modalità di agricoltura intensive, che per soddisfare la crescente richiesta alimentare provocano la perdita di numerosi habitat e di biodiversità e limitano la quantità di cibo disponibile per le api. Insieme alle cause generate dall’agricoltura, ritroviamo anche in questo caso il cambiamento climatico: stando a ciò che si legge in questo documento dell’ISPRA “i cambiamenti climatici esercitano una delle maggiori pressioni sulle specie animali, inclusi gli impollinatori”. Le attività stagionali di alcune specie di impollinatori si sono modificate come conseguenza dei cambiamenti climatici osservati negli ultimi decenni. Gli sbalzi di temperatura riscontrati nel 2019 in Italia, per esempio, hanno alterato i cicli naturali delle api perché il caldo scoppiato precocemente ha spinto le regine a riprendere le covate già a febbraio, portando le famiglie a ingrossarsi a dismisura (per maggiori informazioni su come funzionano gli alveari: https://apinfiore.com/news/come-funziona-lalveare). A maggio sono poi tornati freddo e pioggia, che hanno distrutto le fioriture riducendo la disponibilità di nettare e polline e hanno impedito alle api bottinatrici di uscire; l’alveare è rimasto così sovrappopolato e le api si sono ritrovate letteralmente senza cibo.

 

Secondo gli esperti, la sofferenza delle api è un campanello di allarme, perché questi insetti esistono sulla Terra da quasi 100 milioni di anni e hanno dimostrato nel corso del tempo grandi capacità di adattamento, e se oggi stanno morendo vuol dire che lo scenario che ci si prospetta è davvero negativo. Come si legge nel documento dell’ISPRA “È comunque assai probabile che un aumento della temperatura di soli 3,2°C, prevista da uno degli scenari più probabili degli esperti afferenti all’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), comporterà la riduzione del 50% del numero attuale di insetti già entro il 2100. Altri impatti riguarderanno le variazioni della distribuzione geografica dei patogeni che colpiscono gli impollinatori e l’aumento della loro virulenza. Infine l’aumento di CO2 in atmosfera potrebbe portare alla riduzione progressiva del contenuto di proteine del polline con conseguenti cambiamenti nella biologia degli impollinatori”.

 

Abbiamo quindi osservato che gli effetti della crisi climatica in Italia sono diversi e molto complessi, e stando ai risultati del People’s Climate Vote, un sondaggio condotto dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e dall’Università di Oxford per indagare le posizioni dell’opinione pubblica riguardo i cambiamenti climatici, il 64% delle persone crede che il cambiamento climatico sia un’emergenza globale: in Italia la percentuale raggiunge l’81% della popolazione, posizionandosi in cima alla lista insieme alla Gran Bretagna.

 

Dunque cosa si sta facendo per reagire a questa situazione?

 

Secondo L’espresso ancora troppo poco, anzi, per dirlo con le parole di chi scrive l’articolo che riporto qui “l’Italia continua a fare finta che i cambiamenti climatici non siano un problema”. Sembra infatti che mentre in Europa il tema del contrasto alla crisi climatica risulti prioritario, nel nostro paese si faccia fatica a mettere in campo una seria politica di adattamento, che salvaguardi i nostri territori. Per Raimondo Orsini, direttore della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “si tratta di un problema culturale, in cui non c’è consapevolezza di quello che sta accadendo e quindi non si ritiene urgente intervenire”.

 

Ne consegue quanto sia impellente la necessità di diffondere la conoscenza degli effetti della crisi climatica sui nostri territori, per aumentare la consapevolezza della popolazione e spingere politica e istituzioni a mettere in campo strategie mirate ed efficienti, per salvare la vita dei nostri territori e anche la nostra. Anche perché, citando un’ultima volta Stefano Liberti in Terra Bruciata gli effetti della crisi climatica non colpiranno le prossime generazioni in un futuro più o meno lontano, ma si stanno già ampiamente misurando, qui e ora.”

Maria Teresa Cimmino

Studentessa di Psicologia Sociale, Economica e delle Decisioni, il lungo e talvolta incomprensibile nome del suo cdl rispecchia la sua indole da inguaribile curiosa.

 

Appassionata di comunicazione digitale, attualità e sostenibilità, punta a trasmettere ciò che impara a più persone possibili attraverso la scrittura.