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Divulgazione e social network: intervista a Marco Martinelli

Ricercatore presso la Scuola Superiore Sant’Anna, amministratore delegato di Canapisti, performer di musica e teatro, divulgatore televisivo e TikToker, Marco Martinelli è uno che ha saputo unire la passione per la scienza, la comunicazione e lo spettacolo e che fa della multidisciplinarietà il suo grande punto di forza nella missione di portare la scienza a quante più persone possibili combattendo la disinformazione. Al Web Marketing Festival è stato presente in qualità di relatore, il suo talk, intitolato: “Scienza a colpi di Tik Tok, le frontiere della divulgazione” si è tenuto al mattino e ne riporteremo il riassunto, subito dopo invece, l’abbiamo intervistato per scoprire qualcosa in più del suo percorso e non solo.

 

Il talk di Marco Martinelli

 

Marco ha iniziato il suo intervento raccontando un po’ di sé: da sempre con una grande passione per la scienza, mentre era studente di biotecnologie all’università, ha avuto l’occasione di fare un provino musicale su Rai 1 data la sua passione per il canto e il ballo. Da lì, grazie a Raffaella Carrà, ha iniziato in TV arrivando a lavorare al canale “Rai Cultura”. Dopodiché si è buttato sui social e Tim Vision, “allo stesso tempo continuo con la musica perché mi sento completo solo se faccio tutte queste cose”, ci ha rivelato.

 

Successivamente comincia a raccontare di come è approdato sui social media in particolare Tik Tok“: durante un esperimento di routine di estrazione delle proteine sotto cappa, ho deciso di provare a riprendermi sul social mentre lo eseguivo, la prima volta ci ho messo un sacco, ben un’ora in confronto ai venti minuti che ci vogliono di solito, ma dopo solo mezz’ora, quel video aveva 500 mila visualizzazioni e il mio professore che all’inizio bonariamente mi prendeva in giro, visti quei numeri, mi ha esortato a continuare”.

 

Come ha detto Marco, su Tik Tok, se si fanno contenuti interessanti, questi raggiungono tantissime persone, perché la reach organica è ancora alta. Perché lo fa?  è convinto ci sia un bisogno incredibile di portare la scienza ai ragazzi e questo ritiene essere un ottimo veicolo. 

 

Marco prosegue con il suo discorso illustrando dapprima la storia della divulgazione che parte dal 1600, nascita della Royal Society di Londra, fino ad arrivare ai giorni nostri: prima radio, televisione e riviste e poi i social media, il primo tra i quali YouTube. Con i social nasce anche il termine edutaiment ovvero il concetto di educare, divertendo allo stesso tempo chi ascolta, deriva dall’unione delle parole inglesi entertainment e education che significano rispettivamente: divertimento e educazione. Questo concetto è stato portato avanti soprattutto sul social cinese, in cui uno degli hashtag più utilizzati è proprio #imparacontiktok, di cui Marco è ambasciatore, o content creator, come si chiamano oggi. 

 

Arriva poi ad enunciare quelle che secondo lui sono le caratteristiche del divulgatore: multidisciplinarietà, specificità e infine la creatività “che è importantissima non solo all’interno della creazione dei contenuti ma anche all’interno della scienza”. Conclude il talk raccontando dell’uso alternativo che ha pensato per la canapa e infine alcune tips per chi si vuole buttare nel mondo della divulgazione sui social network, perché secondo lui, lo possono fare tutti, a delle condizioni.

 

 

Marco, il tuo talk è incentrato sulla divulgazione, cosa significa per te divulgare bene e perché hai iniziato a farlo? cosa ti piace di più?

 

Difficile dire cosa significhi divulgare bene, sicuramente, per una buona divulgazione, ci devono essere degli ingredienti. Il primo è la capacità di comunicazione e la capacità di entusiasmare facendo passare una sensazione, che secondo me è anche la caratteristica grazie alla quale alcuni divulgatori rimangono più di altri. Il secondo ingrediente è l’essere riconoscibile, avere un format per il quale le persone capiscono immediatamente che siamo noi. L’ultimo che non può mancare è l’essere preparati e dare dei contenuti che siano verificabili, validi, basati su delle fonti che siano il più possibile derivanti da pubblicazioni scientifiche comprovate da degli studi verificabili che poi, come sappiamo per tutta la scienza, falsificabili, dato che essa progredisce grazie alla sua falsificabilità. Quindi riassumendo, la combo giusta è comunicativa: carisma, conoscibilità e iniezione di contenuti che siano validi scientificamente.

 

Io lo faccio perché mi piace, mi diverte, è la mia passione: adoro la comunicazione in generale. Ritengo che questa sia importante anche dal punto di vista etico: ad esempio è importante comunicare che la cannabis non è solo una droga, ad esempio, ma una pianta con tanti benefici e che può essere usata anche come droga. Oppure: comunicare è un fatto etico, come dire che l’omosessualità è contro natura quando contro natura non vuol dire nulla; insomma, ci sono anche dei risvolti etici e sociali della scienza su cui, secondo me, è bello schierarsi e la scienza dovrebbe prendere una posizione e la comunicazione può aiutare.

 

Durante il discorso hai parlato molto di multidisciplinarietà, come credi che questo possa essere un valore aggiunto?

 

Credo che la multidisciplinarietà sia un valore aggiunto perché ti consente di collegare tanti più aspetti. Nel mio caso specifico, è stato un aiuto molto importante perché lavorando su palchi, cantando e suonando, ho l’abitudine a confrontarmi con un pubblico. Confrontarmi in maniera più corretta, più sana con delle persone che mi seguono sui social, anche se le modalità sono diverse, gli ingredienti alla base sono più o meno gli stessi. Quindi la multidisciplinarietà è stata veramente una “manna dal cielo”, da sempre una mia caratteristica perché, devi sapere che ho la “teoria degli ortaggi”: ci sono le cipolle o le carote. Le carote sono persone specialistiche, bravissime in un ambito, ti faccio l’esempio di un mio professore: fisiologo vegetale che nella vita fa solo quello, la risultante è che lui è la potenza di questa materia, così come molti medici. Poi ci sono le persone come me, che sono delle cipolle, ovvero persone che hanno più strati e si espandono nel terreno in modo orizzontale. Vorrei far notare che non c’è un modo giusto di essere, ma c’è il proprio modo di essere e secondo me sei tanto più efficace quanto più sei aderente con te stesso e quanto più sei vero. In quest’ultimo caso l’obiettivo è quello di far convergere tutti questi interessi in modo tale che diventino sinergici.

 

Hai fatto divulgazione anche per la Rai e adesso sei amministratore delegato di Canapisti, ci racconti un po’ questi due momenti della tua storia professionale? 

 

Certo, la Rai è stata un’esperienza bellissima e spero si ripeti. Lì ho fatto divulgazione, conducendo dei programmi, in un ruolo leggermente diverso dal vero e proprio divulgatore, ero più un comunicatore. Per quanto riguarda Canapisti, l’ho creata perché desideravo una realtà che potesse, in qualche modo, aiutarmi a fare ricerca sulla cannabis. Attraverso Canapisti io non guadagno niente: in pratica, tutti i soldi che guadagniamo, li spendiamo per pubblicare ricerche scientifiche. Questo è un ottimo modo per tentare di creare un prodotto che possa aiutare qualcuno. Attualmente siamo in contatto con un progetto che spero vada in porto: il filtro risanamento della cannabis per i campi intorno a Milano, che sono purtroppo assediati dal piombo prodotto dalle marmitte delle macchine. La canapa aiuterebbe molto, in quanto possiede delle proprietà filtro depuranti, praticamente assorbe dal terreno questi metalli. Ci sono tante iniziative in cantiere e credo che il filo rosso sia il cercare di fare bene, di volere bene, perché è giusto così: migliorare il mondo intorno a noi. Secondo me, far stare bene gli altri, è un buon motore attraverso il quale orientare le proprie idee. 

 

Parli di opportunità per chi vuole fare divulgazione grazie al digitale, ad oggi letteralmente tutti potrebbero farlo e difatti un aspetto di internet è che tutti possono dire la loro. Secondo te dove sta il punto di equilibrio tra libertà di creare contenuti e avere delle informazioni vere e certificate?

 

Rifacendo il punto di quanto detto nel talk: tutti possono fare divulgazione, è vero, il grande rischio, tuttavia, è che si creino degli “sciamani”. Come dicevo, queste possono essere persone brave a fare comunicazione, che sanno dire la loro, ma che purtroppo mancano di contenuti veritieri. Oppure persone che non dicono cose false, la maggior parte saranno pure veritiere, ma ogni tanto sparano qualche sciocchezza. Nell’etica del divulgatore, dove non c’è un codice etico, dovrebbe starci anche quello di evitare di dire falsità, e se ci si dovesse trovare a dirlo, di comunicarlo il prima possibile. A mio avviso, prima di parlare di un argomento che non si conosce, è fondamentale confrontarsi e formarsi. In merito a questo concetto ho un esempio: a volte faccio dei video sulla robotica, ma per farli, non essendo io un ingegnere, parlo con un professore dell’università che mi spiega le cose e io poi le riporto. Dobbiamo fare questa operazione per cercare di rispettare il pubblico

 

Siamo giunti a parlare di edutaiment, come pensi che questa forma di educazione possa rivoluzionare un po’ il mondo di apprendimento e della cultura?

 

Secondo me la televisione sta affrontando un momento drammatico, questo perché presto dovrà fare un passaggio. Molto probabilmente diventerà come Netflix, con dei contenuti on demand. Contemporaneamente, quello che viene prodotto sui social in merito alla divulgazione, alla fine potrebbe diventare un contenuto on demand, facendo un passaggio da YouTube a questo nuovo sistema. Certo, essendoci già YouTube, il passaggio potrebbe non essere scontato e magari avere una sovrapposizione. Non so quanto sarà funzionale dal punto di vista commerciale, è un po’ complicato e ci sono dubbi su quale potrebbe essere il vero il valore aggiunto della televisione. Probabilmente il valore aggiunto televisivo sta nel fatto che questo mezzo comunicativo dovrebbe diventare, più che un emittente, un produttore con i propri format come in parte sta già facendo. Rispetto a quello che potrebbe fare una persona in casa con la sua telecamera, il vantaggio è che la televisione può fornire, attraverso un sostegno economico, dei mezzi per il quale anche io posso fare lo show di Raffaella Carrà. Secondo me, in futuro, l’edutaiment sbarcherà in televisione in un momento in cui la televisione dovrà essere in grado di produrre cose che sui social i ragazzi non fanno più, questo è il mio punto di vista.

 

Arrivando a TikTok, cosa la rende davvero unica in termini di divulgazione e cosa consiglieresti a chi sta pensando di iniziare come edutainer?

 

TikTok va molto forte anche e soprattutto in materia di divulgazione. C’è una facilità nel montaggio e la produzione di contenuti è efficace grazie all’approccio dei video sintetici di massimo un minuto. Da pochissimo hanno fornito la possibilità di aumentare la durata dei contenuti fino a tre minuti. Però, devo dire la verità, non li ho quasi mai sfruttati perché ho da subito apprezzato questo social per il fatto di dover essere sintetico, devi saper spiegare in un minuto concetti a volte molto complessi. La sintesi in questo periodo storico è essenziale più che mai, perché la gente ha poco tempo per ascoltarti e ridotta capacità di mantenere l’attenzione, purtroppo non è un bene ma un dato di fatto. Riassumendo credo che questa combo video più sintesi è il punto forte.

 

Per quanto riguarda il “cosa fare per essere efficaci”, secondo me, è essere riconoscibili, darsi un format in modo tale che tutti ti riconoscano subito. Altro aspetto fondamentale: essere comunicativi, guardando in camera come se davanti ci fosse una persona. Terzo punto, come dicevamo, è essere preparati, se dici una cosa sbagliata una volta, può capitare, ti puoi permettere di dire qualcosa che non è perfettamente giusto, ma se cominci ad accumularne troppe c’è il rischio di perdere di credibilità.

 

Un’ultima domanda, qual è il più grande insegnamento che ti porti a casa ad oggi dalla tua attività e guardando indietro cosa diresti al te del passato che sta iniziando?

 

Bella domanda, sicuramente il fatto che l’esperienza mi ha portato a misurare meglio le parole. La mia professoressa di greco e latino me lo diceva sempre, e io non ci credevo: “le parole sono pietre e danno un grande peso sia sulle persone che ti ascoltano sia sulla formazione del tuo futuro”, nel senso che ripetere certe cose nella testa o dirle alle persone ha un grande peso sul tuo futuro e su come lo realizzerai. A volte guardando indietro, in buona fede ho delle cose che magari qualcuno può aver travisato e questo può aver fatto male sia a me che a loro ma anche proprio nella divulgazione stessa, bisogna stare molto attenti.

Beatrice Mula

Studentessa al primo anno di scienze e tecniche psicologiche, iscritta al percorso platinum del ciclo 10.0 di iBicocca con l’obiettivo di ampliare i suoi orizzonti.
Insaziabile curiosa e avida lettrice si interessa di molti ambiti dallo sport al digital, dalla scienza all’innovazione fino alla cultura nella sua interezza.
“Never stop learning” come motto, nel tempo libero fa divulgazione su TikTok