Blockchain, definizione e riflessione durante il Web Marketing Festival

Durante la prima giornata del Web Marketing Festival, in una sala dedicata si è parlato di Blockchain. Gli ospiti che hanno affrontato l’argomento sono stati, in ordine, Giacomo Vella, dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, e Massimo Chiriatti, di IBM Italia.

 

Il primo dei due speaker ha fornito una panoramica dell’argomento trattato: definizione delle tecnologie blockchain e distributed ledger, le tipologie di applicazioni che possono essere realizzate con queste tecnologie, visione su quelli che sono i trend e i progetti sviluppati in ambito aziendale usando queste tecnologie a livello globale.

Il secondo speaker invece ha condotto una riflessione sul concetto di fiducia, ponendo l’attenzione sulle dinamiche tra l’uomo e la macchina.

 

Blockchain e Distributed Ledger: cosa sono?

 

Giacomo Vella ha illustrato come, partendo da un ecosistema di vari attori/settori che vogliono interagire tra di loro e scambiarsi informazioni, solitamente ad oggi la soluzione più diffusa consiste nel fare riferimento ad una “single source of truth”, un attore centralizzato che faccia da connettore per raccogliere le informazioni per poi scambiarle tra i vari attori. L’attore centralizzato però non è sempre individuabile all’interno dell’ecosistema. In questo caso si fa riferimento ai Distributed Ledger, una famiglia di tecnologie al cui interno si trovano le blockchain, che vanno a creare il concetto di “common source of truth”, una visione della realtà tra diversi attori che vogliono scambiarsi informazioni che non prevede la presenza di un intermediario.

 

Vella ha posto l’accento sul fatto che, quando si parla di blockchain, si stanno considerando due grandi temi: le piattaforme blockchain, cioè le strutture abilitanti delle applicazioni che possono essere create con questa tecnologia, e le applicazioni che possono essere costruite on top a queste piattaforme.

 

Successivamente ha esposto le caratteristiche principali della blockchain: network di attori disintermediati che si scambiano informazioni secondo determinate regole, algoritmi crittografici che consentono a tutti gli attori di avere la stessa visione del registro, senza la necessità di mettersi d’accordo con un attore centrale.

 

Ambiti di applicazione

 

Gli ambiti di applicazione descritti da Giacomo Vella sono divisi in cinque macro strumenti, utilizzati ed abilitati da queste tecnologie blockchain: criptovalute, timestamping, smart contract, token e DApp.

 

Le criptovalute, la prima applicazione in ordine temporale, possiedono anche un significato molto importante, afferma Vella, in quanto spesso permettono alle piattaforme blockchain di funzionare. Il mercato delle criptovalute risulta essere in costante evoluzione con un valore attuale di mille miliardi di dollari.

 

La seconda applicazione, il timestamping, consiste nell’utilizzo del registro alla base di una piattaforma blockchain per inserirvi informazioni in grado di certificare la data di un documento, in maniera immutabile e trasparente. In questo discorso, uno degli strumenti più interessanti con il potenziale più alto è rappresentato dagli smart contract, codice informatico registrato in una blockchain la cui particolarità risiede nel fatto che possono essere eseguiti all’interno della blockchain stessa, permettendo di andare a creare delle istruzioni eseguibili automaticamente in caso di determinate condizioni. Oltretutto, il codice attivato sulla blockchain non è più modificabile, è garantito e non è arrestabile.

 

Tramite gli smart contract è possibile la creazione di token, asset digitali simili alle criptovalute ma con delle differenze, in quanto possono rappresentare diverse tipologie di asset digitali (beni digitali e/o fisici o addirittura dei diritti) e possono essere di tante tipologie. Ad oggi, i token sono tornati alla ribalta con tutto il mondo degli NFT, asset digitali unici non interscambiabili, creati per il loro meccanismo di unicità che sfruttano le caratteristiche della blockchain per generare questa non replicabilità.

 

Oltre a rappresentare il possesso in maniera univoca di un asset digitale, un’altra caratteristica degli NFT è quella di poter essere scambiati e rivenduti su dei marketplace.

 

Un’altra delle applicazioni della blockchain, e un modo per sfruttare le potenzialità della programmabilità e degli smart contract, è quella delle Decentralized Application (DApp). La possibilità di andare a programmare degli smart contract più o meno complessi per andare a creare delle vere e proprie applicazioni simili a quelle tradizionali ma che si appoggiano alla blockchain, interagendo sulle transazioni della blockchain stessa, garantendo, in questo modo, una serie di proprietà molto interessanti: sono incensurabili, codice open source, interoperabilità e sono globalmente accessibili.

 

In termini di distribuzione, delle prime 100 DApps utilizzate ad oggi, la maggior parte interessano il settore DeFi (66%), seguito dal settore del gaming (20%), marketplace di NFT (6%), gambling (5%) e social network (3%). Rappresenta un mondo in grosso fermento.

 

Trend ed evoluzione

 

La blockchain, spiega Vella, nei primi anni era identificata solo come una tecnologia per lo scambio di valore, con il passare del tempo sono stati introdotti gli smart contract, la possibilità di dare dei token, le DApp. Adesso sta diventando una infrastruttura tecnologica che abilita la creazione di tante applicazioni diverse.

 

Le ricerche svolte dall’Osservatorio dal 2016 fino alla fine del 2020 hanno interessato più di 1800 casi in tutto il mondo, per comprendere quali applicazioni vengono fatte dalle aziende, e hanno evidenziato diversi trend.

 

Nel 2020 si è verificato un rallentamento dell’hype perché negli anni precedenti è passato il messaggio della blockchain come la tecnologia che avrebbe risolto tutti i problemi del mondo. In realtà si è visto lo sviluppo di progetti concreti a livello operativo, quindi una riduzione progressiva degli annunci, soprattutto quelli di marketing. Se ci concentriamo sui progetti concreti vediamo una crescita sia di sperimentazione ma soprattutto di progetti operativi, da parte sia delle aziende che delle PA.

 

Riguardo i settori di applicazione, il finanziario con l’80% risulta essere il più attivo ed è in forte crescita. Aspetto interessante in questo caso è il fatto che inizialmente la blockchain ha rappresentato una minaccia, adesso invece rappresenta un’opportunità.

 

Gli altri due settori in termini di diffusione sono quello governativo (18%), riguardo alle PA (trasparenza e sicurezza), e l’Agrifood (7%). In generale comunque si rileva il fatto che tanti settori si stanno affacciando nell’utilizzo di questa tecnologia.

 

Se guardiamo alla diffusione del mondo, l’Asia ne fa da padrone ma l’Europa risulta essere al secondo posto. L’ecosistema, e le competenze sviluppate, risultano essere molto forti su quelle che sono queste tecnologie. L’Italia è posizionata tra le top 10, presenta una buona conoscenza di queste tecnologie, anche in termini di competenze. Gli attori che implementano la blockchain sono principalmente le grandi aziende però, in maniera lenta, si stanno avvicinando a questa tecnologia anche le PMI.

 

Tra fiducia e storia

 

La fiducia comporta in sé sempre un rischio”, afferma Massimo Chiriatti: a causa del Covid siamo sempre più distanti l’uno dall’altro e, dal punto di vista del tempo, le interazioni sono più rapide e si ha poco tempo per conoscersi.

 

Nel passato c’era il baratto, ma oggi quando si fa una transazione diretta, ci si scambia un oggetto. In questo senso, la transazione ha delle caratteristiche: è anonima, diretta, immediata e irreversibile.

 

Il problema di queste transazioni risiede nel fatto che è richiesta la prossimità fisica.

 

Se ci si sposta sul sistema finanziario, si osserva il fatto che è stato inventato anche per permettere di fare transazioni da remoto, risolvendo il problema della prossimità fisica. Quando però si aggiunge un intermediario, si modifica la natura della transazione stessa. Non è più anonima (serve l’identificazione) e si hanno tempi e costi.

 

Satoshi Nakamoto ha inventato una rete per attuare transazioni remote e globali. Rappresenta un nuovo sistema per fare transazioni perché nei sistemi precedenti, baratto e moneta, era richiesto il “trust”. Nel momento in cui viene meno questo concetto, ci si avvale del contratto: formalizzazione, terza parte, uno stato, un tribunale che possa sanzionare il contraente nel caso in cui lui non abbia rispettato i termini e le clausole contrattuali.

 

Se non voglio ricorrere alla fiducia o al contratto sociale, posso usare un altro sistema per fare transazioni, la blockchain, che, a detta di Chiriatti, non sostituisce i modelli precedenti ma potrebbe integrarli. La questione, afferma, è anche a livello filosofico: cosa succede quando mettiamo tra di noi una macchina?

 

Si va a creare una gerarchizzazione dei rapporti: è la macchina che dice a noi che abbiamo raggiunto un determinato consenso.

 

Alla luce di questo ragionamento, Chiriatti ha fornito anche una sua definizione di blockchain, utilizzata per comprendere se, in termini di confronto, si intende la stessa cosa: registrazione permanente del consenso raggiunto sullo stato di un asset.

 

La sua riflessione verte sul fatto che, quando si parla di blockchain, si intendono diritti individuali che la collettività riconosce ma, in realtà, il riconoscimento è dato da un oggetto, una macchina, una rete. Avviene, secondo Chiriatti, un passaggio dalle scienze sociali a quelle naturali, ossia quel dominio di “scienze dure” in grado di attribuire il possesso o meno di una risorsa: “Il punto allora è che la blockchain sembra che disintermedi ma, in realtà, sembra che disintermedia i centri di potere ma di sicuro intermedia le relazioni di fiducia tra le persone, aspetto questo da non sottovalutare”.

 

A conclusione del suo intervento, Chiriatti si è concentrato sui due modelli di blockchain: pubbliche e private.

 

Le prime legano insieme l’aspetto tecnologico aggiungendo un particolare economico per creare quello che viene ritenuto un contratto sociale. Si parla di contratto sociale perché si sta trattando di fiducia nelle persone e Satoshi ha proposto un metodo per scambiare valore tra le persone, evitare che altri possano confiscare il valore all’interno del portafoglio della persona, aspetto, questo, che va a minare il concetto stesso di fiducia. L’altro punto riguarda l’impossibilità di inflazione la base monetaria perché scritta nell’algoritmo, quindi ci si fida di un “sistema algoritmo” che ci garantisce questo stato di cose.

 

D’altro canto, nel caso del secondo modello di blockchain, quelle private, dove la fiducia è massima verso l’interno e nulla nei confronti dell’esterno, quando si possiedono dei valori nel proprio portafoglio, quando non si ha fiducia in sé stessi e si perdono le chiavi, si crea un problema irreversibile. Stessa cosa nel caso di furto. Il terzo rischio è rappresentato dall’eredità. Il tema della fiducia legato alla blockchain va affrontato e non sottovalutato, per evitare che una macchina “ci scomunichi”, ponendoci sotto la macchina.

Lijo Belardi

Studente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Interessato a diversi ambiti: cultura e società, attualità, politica, sport, cinema e fotografia.

Partecipa al ciclo X di iBicocca per avvicinarsi al mondo dell’innovazione e per apprendere e sviluppare nuove skills determinanti per il proprio percorso di crescita.