Intervista a Raffaella Dal Degan

Raffaella Dal Degan, ICT Compliance Risk manager presso UniCredit SpA, ha risposte alle domande dei ragazzi di iBicocca circa la sua carriera professionale e il suo libro “La storia di una banca: ovvero la storia della mia banca”. Di seguito le risposte.

  • Qual è l’idea dietro al libro? Perché ha deciso di rendere pubblica la Sua storia, tra privato ed esperienze lavorative?

Per passione. Passione per il mio lavoro in cui ho sempre investito tante energie ed entusiasmo cercando di non sacrificare (troppo…) la mia vita privata; passione per la mia famiglia che mi ha sostenuto e che è e sempre sarà il cardine attorno al quale gira la mia vita.   E l’idea è proprio quella di condividere con altri questa mia passione.

  • A chi è rivolto il libro?

Istintivamente rispondo :”a tutti quelli che hanno un paio d’ore da dedicare alla sua lettura”. Una recensione (la trovate su Amazon, dove è pubblicato l’e-book))  dice:” Raccomando la lettura di questo libro ai bancari (che troveranno tanti momenti già vissuti), agli ingegneri (che potranno immedesimarsi in una collega), alle altre categorie in generale (che potranno rivedere l’opinione che hanno delle banche e di chi ci lavora dentro). E’ la rivisitazione di una vita lavorativa da parte di chi ancora non ha perso la voglia di lavorare, la fiducia nella possibilità di farcela, la volontà di essere ancora di aiuto.
E visto che io sono una bancaria, credo di avere detto tutto. Leggetelo, si trovano raramente nuovi autori che scrivono senza la pretesa di essere il nuovo Baricco, ma si accontentano di riversare l’anima in quello che scrivono. E l’anima si sente.

  • Nel libro “La storia di una banca”, Lei cita di aver iniziato ricoprendo un posto che Le era stato “confezionato su misura […] l’esperto informatico presso una funziona bancaria tradizionale.” Quali sono state le difficoltà iniziali?

In estrema sintesi la difficoltà più grande è stata: “Il sentirmi  un pinguino all’equatore , attorniata da specie animali dalle abitudini e dal linguaggio sconosciuti”. Spesso non è facile inserirsi nel mondo del lavoro: cambiano tante cose rispetto alla vita da studente, le attività , gli obiettivi, il modo di relazionarsi con i colleghi e con i “capi”. E più l’ambiente lavorativo è distante  dalla propria “confort zone”  tante più sono le difficoltà. Io ho avuto la fortuna di incontrare colleghi e capi che mi hanno aiutato e la pazienza di ascoltare tanto e far tesoro dei loro insegnamenti e, perché no? anche degli insuccessi (a volte inevitabili).

  • Dalla Sua storia si evince che la costante del successo, applicabile volendo a molti settori, sembrerebbe essere la capacità di riconoscere un momento storico opportuno e saperlo sfruttare opportunamente. Questa caratteristica è sempre stata innata in Lei o ha dovuto svilupparla?

Sicuramente il top management di Unicredit ha saputo riconoscere e sfruttare al meglio i momenti e i contesti storici che via via si sono succeduti, almeno fino alla crisi finanziaria, con una indiscussa capacità di imboccare strade innovative (adottando ad esempio il modello di business “divisionale”) e non convenzionali (penso soprattutto alla fase espansionistica),  gestendo con efficienza il relativo rischio.  E di questo progetto tutti i dipendenti, compresi quelli dell’area IT, ne facevano e soprattutto si sentivano parte, essendo il motore attuativo delle politiche del gruppo. Quindi più che una scelta o caratteristica individuale, la capacità di riconoscere e sfruttare il momento storico, è stata “un’attitudine della squadra”. Quella che ritengo  invece essere una mia caratteristica personale è non aver mai detto di no ad una nuova opportunità, anche se in condizioni di incertezza e in discontinuità con il contesto in cui vivevo. Valuta la situazione e “take the risk!” : è sempre stato il mio motto.

  • Lei racconta come l’evoluzione di un sistema, sia in grado di creare nuove possibilità, che in ambito lavorativo si traducono in nuove figure professionali pionieristiche. Ma oggi? In cosa possiamo esseri pionieri noi giovani?

I giovani sono pionieri per definizione, soprattutto perché non avendo ancora un fardello di esperienze e responsabilità da portarsi dietro, possono guardare al mondo ed al futuro  con più libertà e spregiudicatezza. Ciò non vuol dire che dovete per forza sovvertire le leggi della fisica, ma piuttosto che dovete/potete partecipare attivamente al mondo del lavoro, cogliendo con flessibilità le opportunità che vi si presentano. Ogni giorno nascono nuove “figure professionali”  come conseguenza dell’innovazione tecnologica, e non solo nelle start-up. Siate creativi, non accontentatevi dello status quo e abbiate il coraggio di promuovere le vostre idee e di rischiare per esse. Considerate inoltre che quello che sta cambiando è soprattutto il “modo” di lavorare, anche in aree più tradizionali, come il settore bancario e questo cambiamento richiede nuove competenze, capaci di gestire situazioni complesse, di interagire con strumenti e modalità non convenzionali, con un “time-to-market” più efficace. Senza però dimenticare il “business as is?” che significa conoscere non solo l’organizzazione e  l’ambiente di lavoro, ma “cosa” e “come” si produce.  Siate curiosi e desiderosi di imparare da chi ne sa più di voi. E forse così sarà un più facile fare il pioniere….anche oggi.

  • L’elettronica, gli strumenti office, la mail, l’SMS, la presentazione multimediale, la web call ecc. sono tutti strumenti che, ad un certo punto, divennero necessari per accelerare le dinamiche interne della realtà bancaria. Come reagirono i Suoi colleghi e le Sue colleghe a queste innovazioni?

Come narrato nel libro, i primi incontri tra bancari e IT furono catastrofici e la resistenza al cambiamento elevatissima, anche perché il middle management non era stato formato ed informato a sufficienza. Poi ci fu la scoperta (favorita dalla scomparsa di alcune figure professionali come le segretarie) che soprattutto alcuni strumenti office potevano realmente aiutare nel lavoro quotidiano, riducendo tempi ed errori,  e si arrivò ad abusarne, come di una droga. L’espansione del gruppo e lo smistamento delle attività sui vari poli geografici ha in seguito reso necessario l’utilizzo della tecnologia per le comunicazioni a distanza e così ormai non c’è più scrivania di un bancario che non abbia un PC dotato di webcam e di tutte le commodities del caso. Non ci sono però solo vantaggi. Ne è un esempio l’uso indiscriminato delle presentazioni preconfezionate (da altri, per lo più consulenti esterni) a supporto di meeting e discussioni, soprattutto se queste si trasformano in una noiosa e sterile sequela di slide proiettate ad una platea che spegne il cervello dopo 5 minuti, senza preoccuparsi di dare un proprio contributo.  Come ripeto sempre , prima di tutto a me stessa, la tecnologia deve essere al servizio del cervello e non deve sostituirlo. Almeno il mio….

  • Quanto è importante oggi la tecnologia in ambito bancario e come stanno rispondendo le banche all’innovazione digitale?

Tutti i gruppi bancari di una certa dimensione stanno investendo già da tempo cifre significative nell’innovazione digitale. D’altra parte ne va della loro sopravvivenza. I costi del personale (sempre più eccedente in numerosità rispetto alle necessità e con competenze non coerenti rispetto  ai piani di sviluppo) sono sempre troppo elevati e i piani di esodo/pensionamento si succedono uno dopo l’altro. L’utilizzo di totem multifunzionali e piattaforme di online banking a disposizione del cliente in modalità “self-service” e addirittura di robot che sostituiscono le persone nelle attività ripetitive sono già realtà. Come pure le partnership con Fintech innovative e l’utilizzo di piattaforme di intelligenza artificiale a supporto del marketing.  Sono stati fatti passi da giganti rispetto a quando il CED di una banca elaborava tramite batch notturni  i dati che venivano poi “spuntati” da centinaia di persone nel back-office ….

  • Nel ’94 e nel ’95 nascono i Suoi figli e, come racconta, le esigenze familiari si intrecciarono con la vita lavorativa. Al rientro dalla maternità, Lei ha avuto modo di vivere in prima persona difficoltà e discriminazioni rivolte tipicamente alle madri lavoratrici. Com’è gestito oggi questo problema umano, ovvero l’equità sul lavoro? La posizione, allora scomoda, delle donne è cambiata?

Certamente qualche passo avanti l’abbiamo fatto. E meno male. Le politiche di welfare e le quote rosa hanno e stanno aiutando questo cambiamento, anche se i tempi di crisi hanno in qualche modo frenato il non facile cammino. Condizione necessaria per abbattere la discriminazione è la fiducia, fiducia nelle persone, nei mezzi e nelle modalità utilizzate, nella raggiungibilità degli obiettivi. Ma quando c’è crisi, economica o peggio dei valori fondanti la società,  si tende a difendere la posizione, a ridurre rischi, a fermarsi per paura di sbagliare e di peggiorare la situazione. E purtroppo le donne, quelle che arrivano ai posti che contano, sono in parte responsabili di alimentare anziché combattere la discriminazione femminile. Invece che “aprire le porte e fare squadra ” con le loro colleghe, tendono spesso a chiudersi forse per paura di perdere la posizione così faticosamente raggiunta. Peccato….

  • Lei definisce “anni caotici” quelli vissuti durante l’internazionalizzazione di Unicredit, paragonandone la repentinità al fenomeno fisico dell’espansione veloce di un gas, che abbassa improvvisamente pressione e temperatura e cambia d’un tratto prospettive e leggi della fisica. Quali le difficoltà relative a questo necessario cambio prospettico e come sono state affrontate?

Le difficoltà più concrete, percepibili da tutti, sono state la necessità di esprimersi in una lingua non nostra (non necessariamente e ovunque l’inglese!); il confrontarsi con modi di lavorare diversi; il doversi relazionare con persone di cultura diversa; il convergere verso obiettivi comuni che non necessariamente coincidevano con quelli “locali”. In sintesi: fare squadra. Unicredit ha lanciato diverse iniziative in quegli anni caotici: corsi di inglese fruibili da tutti i colleghi; un’organizzazione dell’azienda trasversale, in cui persone di diversi paesi o provenienza lavoravano nello stesso ufficio; proposte di espatrio per due anni ai giovani che volevano fare un’esperienza internazionale nel gruppo;  progetti di implementazione “cross-country” in cui valorizzare le best –practice locali.

  • Quali sono state le cause del tramonto dell’ ICT in banca?

Dopo le grandi acquisizioni durante le quali  l’ICT ha avuto il ruolo di pivot, leva indispensabile per il cambiamento e l’applicazione di un modello di business unificato e distintivo, si è passati lentamente ma inesorabilmente  ad una concezione dell’IT come  commodity. Profumo e la sua squadra hanno creduto per anni nel ruolo strategico dell’ICT e di conseguenza  hanno riservato, a lei  e ai suoi manager, un ruolo privilegiato. Quando il modello di business distintivo di Unicredit è entrato in crisi sia per cause endogene (sfiducia da parte del CDA e degli azionisti sull’operato dell’AD) ed esogene (la crisi finanziaria), l’IT è stata “declassata” e solo dopo qualche anno si è tornati ad investire in modo importante nell’area limitandosi però ad obiettivi più verticali, come ad esempio la cybersecurity e l’on line banking.

  • Parliamo della crisi. Mi ha colpito molto il capitolo descrittivo di quel periodo. Lei cita, testualmente: “uscimmo tutti malconci da quello che molti di noi hanno letto più come un regolamento di conti tra le correnti del potere economico e politico italiani, piuttosto che un cambiamento di rotta, doloroso ma necessario, per garantire il futuro del più grande gruppo bancario europeo a guida italiana.” Fu effettivamente così o erano solo “sensazioni dei più” dovute all’ovvio malcontento del momento? Unicredit ha dovuto abbandonare all’epoca quelli che decantava essere i suoi punti di forza (es: flessibilità, capacità di rispondere prontamente all’imprevisto, inventiva) per far fronte alla crisi?

Basta leggere i giornali di quel periodo per rendersi conto dell’ingerenza di poteri esterni al mondo bancario, come ad esempio lobby economiche e fondazioni, correnti e partiti politici, nella definizione degli  indirizzi strategici e nella gestione dei più grandi gruppi finanziari. Poteri forti. Imprescindibili. Non per niente sia Profumo che Passera tentarono la carriera politica (senza però il successo che avevano avuto nella conduzione delle rispettive banche) dopo aver lasciato le direzione dei due più grossi gruppi bancari italiani e la Lega Nord di Bossi tentò di fondare e gestire una propria banca, libera ed indipendente. Purtroppo l’esperimento finì male forse perché il mestiere del banchiere non si improvvisa o non lo si esercita a dispetto dei poteri forti. Oggi le banche ed i banchieri fanno forse un po’ meno “notizia” ma non c’è giorno che qualche quotidiano economico se ne dimentichi. Potrebbe essere uno spunto interessante per una tesi di laurea. Per quanto riguarda il sacrificio delle caratteristiche distintive (es: flessibilità, capacità di rispondere prontamente all’imprevisto, inventiva) del passato, la prima causa fu sicuramente l’aumento delle dimensioni del gruppo: la velocità di reazione è nemica di una massa sempre più grande. Poi ci fu il problema della fusione ed armonizzazione di modelli di business diversi e di varare una governance centrale che non doveva bloccare le iniziative locali  ma garantire uniformità di obiettivi e di direzione strategica. Non ultimo, il proliferare della legislazione di settore e dei controlli degli istituti di vigilanza con l’obiettivo di aumentare la solidità patrimoniale delle banche, ha condizionato fortemente l’autonomia delle politiche delle banche, soprattutto dei grandi gruppi.

  • In cosa consistette lo “tsunami del 2016”?

In estrema sintesi è consistito nel toccare con mano l’onda lunga della crisi economica, il rendersi conto che c’è stata un’inversione di tendenza (dall’espansione alla contrazione) e che la stabilità storica è svanita insieme al capitale finanziario del secondo gruppo bancario italiano. E in più il gruppo “perde” l’italianità del suo timone…..

  • Crede che il periodo di crisi sia volto al termine? Cosa ci prospetta il futuro?

Credo che la crisi del settore bancario sia più profonda di quella economica, dalla quale peraltro non siamo ancora usciti. E’ una crisi più strutturale, in parte derivante da cambiamenti di contesto (più concorrenza, margini ridotti soprattutto il margine di interesse, fonte di reddito del business bancario tradizionale, regolamentazione sempre più stringente, evoluzione della domanda, necessità di digitalizzazione dei processi per ridurne i costi, ecc.) in parte dalla difficoltà di innovare il concetto stesso di banca, cosa vuol dire oggi fare banca con profitto, come stare al passo e prepararsi adeguatamente al futuro. Ricordo che il tema di un concorso di disegno, organizzato nei primi anni del secondo millennio per i figli di dipendenti, diceva: ”Come vi immaginate la banca del futuro?”.  E i bambini di allora qualche suggerimento lo avevano anche dato.

  • Perché e quando ha deciso di rendere pubblica la Sua storia, tra privato ed esperienze lavorative?

Il 2016, anno di pubblicazione del libro, è stato un periodo di transizione nella mia carriera lavorativa (non l’unico) durante il quale ho avuto finalmente un po’ di tempo per fare “pulizia” , riordinare il materiale accumulato in tanti anni. E così ho ritrovato documenti che pensavo di aver buttato, incluse le famose “lettere aperte” che avevo scritto al top management in occasioni particolari. Da qui l’idea di riorganizzare il materiale e di includerlo in una specie di diario della mia esperienza lavorativa da condividere soprattutto con gli altri colleghi.

  • A chi è rivolto il libro “Storia di una banca” e quali spunti di riflessione fornisce al lettore?

Come riporta la recensione all’inizio del libro e un’altra lasciata da un lettore in Amazon, non è solo per i miei colleghi (anche se loro sono sicuramente i primi della lista) o la categoria dei bancari. E’ dedicato a chiunque abbia lavorato e ancora oggi lavori con passione, cercando di superare difficoltà e problemi con determinazione ed entusiasmo. Per quanto riguarda gli spunti, massima libertà…..

  • Banca ed innovazione tecnologica. Come procede questo dualismo oggi? C’è ancora della potenzialità inespressa?

Non è corretto parlare di dualismo o comunque di contrapposizione. L’innovazione tecnologica e la banca sono sempre andate a braccetto perché l’una è supporto ed incentivo per l’altra: se una banca non segue da vicino l’innovazione tecnologica, non riesce a stare sul mercato. Certo è che i grandi gruppi bancari, avendo più disponibilità finanziarie, possono permettersi  importanti  vantaggi competitivi basati sulla tecnologia, mentre le banche più piccole seguono per così dire, a ruota. Oggi una delle sfide più importanti è la sicurezza: dei sistemi, delle operazioni e soprattutto dei dati.  La cyber security ha certamente ancora tanta potenzialità da esprimere.

  • Quali consigli si sentirebbe di dare ai giovani che stanno per affacciarsi al mondo del lavoro?

Di non lasciarsi intimorire dal contesto, dalla crisi apparentemente senza fine, dal pessimismo imperante, dalla precarietà del mondo del lavoro. Abbiate il coraggio di rischiare per quello che vi piace, in cui credete. E trasformate la precarietà in flessibilità positiva. Oggi avete dei mezzi e della modalità che la mia generazione nemmeno si sognava: le startup, un mercato globale, opportunità  di comunicare ed interagire facilmente con il mondo intero. Sfruttatele a vostro vantaggio anziché subirle. Il campo di applicazione non ha importanza: non c’è nessun mestiere che non si possa fare con passione ed entusiasmo. Buttatevi e non lasciatevi scappare le occasioni.

  • Quando ha iniziato la sua carriera ci trovavamo agli albori di internet. Questo l’ha mai portata a scontrarsi con degli scettici che la vedevano come un costo da tagliare? Se sì, come ha fatto a fargli cambiare idea?

Gli scettici ci sono sempre, in ogni tempo e in ogni luogo. Per fortuna quando mi sono affacciata al mondo del lavoro, le banche potevano disporre di investimenti importanti e credevano nell’ICT come leva per la loro crescita. I tagli dei costi non erano un “must”  perché i profitti erano anch’essi importanti e soprattutto stabili e sostenibili nel tempo.  La difficoltà più grande è stata vincere la resistenza al cambiamento, quella sì ben radicata e tangibile : “Perché cambiare visto che facciamo profitto e tutti ci applaudono?”  Come ho fatto a fargli cambiare idea? insistendo e conquistandomi credibilità personale con impegno, professionalità e passione per il mio lavoro.

  • Secondo lei la famiglia è un ostacolo al successo professionale? O viceversa il lavoro è un ostacolo ad avere una famiglia felice? Lei si ritiene pienamente soddisfatta in entrambi gli ambiti o ha dovuto cedere da una parte a favore dell’altra?

Guai se famiglia e lavoro si mettono in concorrenza o peggio in contrapposizione. Non è facile trovare l’equilibrio: non uso apposta la parola “compromesso” perché sembra che così perdano entrambi. E’ un equilibrio che si conquista tutti i giorni e che costa fatica da parte di tutti e richiede tanta lucidità e dialogo. Ci sono periodi della vita in cui la famiglia ha il diritto di “prevalere”, sia come tempo che come impegno, in particolare quando nascono i figli. E altri in cui la famiglia può supportare validamente la carriera della moglie e/o mamma, aiutandola negli impegni e condividendo le sue difficoltà. Non c’è una ricetta che funziona sempre perché non c’è famiglia uguale ad un’altra. L’importante è che il sacrificio non sia sempre solo da una parte, come anche la piena soddisfazione. Essere famiglia è anche questo: trovare il giusto equilibrio tra le ambizioni personali di ciascun componente.

  • Quando parla della festa dal dott. Cesare Farsetti dice che l’informatica viene vista come “un ospite d’onore”, perché?

C’erano tante persone importanti a quella festa ma l’informatica, o meglio il progetto informatico di cui si celebrava il successo, era la ragione stessa di quella festa, ciò che veniva celebrato e che accomunava tutti i presenti: il credere che senza l’ICT non si sarebbe stati lì a festeggiare. E forse anche la fine di un’epoca in cui l’informatica era stata considerata solo un supporto alle attività di back-office e non una leva commerciale, un valore competitivo per il business bancario.

  • Parlando delle prime esperienze all’estero. Come è stato lavorare a stretto contatto con persone di nazionalità diverse, in un’epoca non ancora così cosmopolita?

Inizialmente destabilizzante e terribilmente impegnativo. Ma anche elettrizzante e stimolante, soprattutto perché sono sempre stata una persona curiosa, attratta da tutto quello che non è “abitudine” . In realtà, a quell’epoca,  eravamo noi bancari italiani ad essere ancora così “provinciali” e non abituati a trattare con persone che parlavano lingue diverse dalle nostre.  In particolare, tanti colleghi delle banche dell’est europeo avevano studiato all’estero e occupavano posti di rilievo proprio perché potevano vantare esperienze cosmopolite e non avevano problemi con l’inglese.  Per voi ragazzi di oggi è normale fare vacanze e studiare all’estero, sono esperienze che senza dubbio vi aiuteranno nel mondo del lavoro: fatene tesoro.

  • Lei ricorda con ironia che ha ricevuto complimenti durante conferenze all’estero in cui parlava un inglese scolastico, mentre i suoi interlocutori erano molto più preparati di lei. Al giorno d’oggi le cose sarebbero andate diversamente? Crede che oggi le competenze linguistiche avrebbero comunque perso a scapito delle competenze tecniche? 

A quei tempi, nelle banche italiane, le competenze linguistiche erano una rarità e anche quando c’erano, non erano spesso in linea con le aspettative.  Ricordo delle traduzioni in inglese di bilanci contabili a dir poco illeggibili per un contabile! Sono convinta che, oggi come allora, quello che conta è che ci sia prima di tutto della sostanza che, se viene ben comunicata, aumenta di valore. Non è invece possibile aumentare il valore del vuoto, che rimane tale in qualunque lingua venga presentato. Purtroppo ho l’impressione che oggi spesso questa verità sia dimenticata e che vengano spacciate per sostanza solo l’apparenza e i formalismi.  Non lasciatevi ingannare e comunque studiate le lingue, avrete comunque un attrezzo in più.

  • Perché durante il progetto Rocket vennero assunte tutte quelle misure di sicurezza?

Anche se il muro di Berlino era crollato parecchi anni prima, il clima nei paesi dell’est Europa non era ancora così disteso e libero come all’ovest. E forse non lo è ancora neanche oggi. In più la responsabile del progetto era americana e le era stato dato, dalla proprietà italiana, pieno mandato, quasi “potere di vita e di morte”, sul progetto Rocket. Il contesto: la Polonia, un popolo che mordeva il freno per colmare la distanza e mantenere il passo dell’Europa ed emanciparsi dalla sua storia più recente.  Non aveva ancora scoperto che l’Europa non era tutta rose e fiori…

  • Lei è contraria alla standardizzazione dei processi? Se sì, non è un po’ il sogno di ogni informatico? Ritiene comunque che i rapporti umani, sia tra colleghi sia coi clienti, siano migliori di quelli intermediati dall’ICT? Crede che questo deficit sia dovuto ai sistemi odierni (e che quindi verrà risolto e i processi informatici saranno perfezionati) o bisognerebbe fare dietro-front?

Nel libro racconto che dopo pochi mesi di lavoro in banca, ho scoperto una grande e inaspettata verità: le regole, gli standard nella realtà non esistono, si vive di deroghe ed eccezioni. Ma senza standardizzazione, o almeno predisposizione alla standardizzazione, l’informatica non sopravvive e comunque non possono esistere le deroghe. E non è neanche pensabile che una banca funzioni con processi improvvisati e del tutto manuali. Quello che è importante è trovare un giusto equilibrio che sappia salvaguardare le relazioni umane ed integrarle nei processi  standard, preservando  quella flessibilità delle procedure che crea valore nel lavoro. Non è detto che l’informatizzazione sia l’unica via, sempre e comunque. A volte, come ho scritto nel libro, bisogna avere il coraggio di dire:” ICT? non grazie!” . E nello stesso tempo bisogna avere la lungimiranza necessaria per non perdere opportunità di sviluppo e di innovazione, condizione necessaria per garantire un futuro alle nostre attività.

  • La spersonalizzazione dei servizi causa solo problemi o ha anche dei vantaggi?

Dipende di quali servizi si tratta. Che i mestieri ripetitivi , che richiedono poca creatività (come ad esempio pulire la casa)  siano svolti dai robot, penso  non scandalizzi nessuno. Ed anche in banca ce ne sono tanti. Un po’ più preoccupante è che vengano ritenute sacrificabili tante persone che i robot, in teoria, dovrebbero sostituire. Standardizzazione e automazione non dovrebbero essere sinonimi di spersonalizzazione e svuotamento di una attività lavorativa. Dovrebbero semmai fare da supporto, aiutare a migliorare la qualità del lavoro di una persona, aumentandone il valore. Purtroppo l’alto turnover e la poca passione spesa dalle persone nel proprio lavoro, non aiutano.

  • Ha mai avuto problemi, come donna, a imporre la propria autorità in ambito lavorativo?

I miei figli (ogni tanto…) mi chiamano la Signorina Rottermeier, alludendo al fatto che ho qualche attitudine al comando. O almeno ci provo. In realtà, sul lavoro, più che imporre la mia autorità, ho sempre cercato di far valere la mia autorevolezza, costruita nel tempo con tanta pazienza per ascoltare tutti,  umiltà per imparare ed impegno  per applicare con coerenza ciò che avevo imparato. E da questo punto di vista non fa differenza essere uomo o donna. Quello che sicuramente non è facile, per una donna, è raggiungere certe posizioni nelle organizzazioni aziendali, che spesso non dipende dalle sue capacità e attitudini. Ma una su mille ce la fa. Peccato che poi, una volta arrivate, queste donne tendano a dimenticare da dove vengono e come ci sono arrivate e fanno fatica a fare squadra con le altre loro colleghe. Fateci caso: spesso quando l’amministratore delegato è una donna, la maggior parte del consiglio di amministrazione è maschile.

  • Lei è una persona molto schietta, lo si legge nelle sue mail, ha mai avuto problemi per questo?

Ho sempre creduto nella libertà di opinione e di espressione, sempre se fatta con educazione e rispetto per quella altrui. Se per problemi si intende che non sono diventata Amministratore Delegato di Unicredit, allora la risposta è sì. Ma la verità è che non ho mai fatto nulla per diventarlo!  Abbiate sempre il coraggio e la volontà di esprimere la vostra opinione, soprattutto se ben ponderata, con educazione e rispetto, senza lasciarvi troppo condizionare dalle conseguenze negative che potrebbero nascerne. Se non altro per acquistare punti verso se stessi e non doversi rammaricare, ex post, per non aver detto o fatto qualcosa in cui credevate.

  • Potrebbe fare un bilancio della sua esperienza in Unicredit?

Senza dubbio positivo. Nonostante la fatica e le difficoltà di certi momenti, ho avuto tante opportunità di imparare, vedere il mondo, vivere esperienze uniche, partecipare a progetti esaltanti, relazionarmi con tante persone che mi hanno tutte lasciato qualcosa. Neanche l’ultimo periodo di crisi, soprattutto dei valori fondanti del mondo del lavoro e della banca in particolare che altro non è che uno spaccato della società, stanno facendo pendere la bilancia dal lato negativo. Spero solo che non mi manchi molto alla pensione!

  • Ripercorrendo mentalmente la sua carriera, se invece di essere stata una donna fosse stato un uomo, qualche sua idea sarebbe stata presa in considerazione? O avrebbe ricevuto qualche promozione o la sua carriera sarebbe sempre stata la stessa?

Bisognerebbe vivere più volte per avere la risposta alla domanda: ”Ma se le cose/il contesto fossero stati diversi…?”. In questo caso forse la risposta più probabile sarebbe: “sì”. Per un semplice motivo: la donna è diversa dall’uomo. Ha sensibilità, priorità, modo di vedere il mondo, diversi e complementari.  Inutile negarlo. La famiglia, i figli hanno condizionato positivamente la mia vita e in qualche momento, mi hanno fatto scartare delle opportunità che avrebbero (forse…) arricchito o comunque cambiato la mia carriera, ma mi avrebbero fatto perdere il contatto continuo, il supporto dei miei familiari.  Ho detto no. Senza rammarico o pentimenti postumi. E ho raggiunto comunque posizioni importanti e invidiate da tanti uomini!

  • Lei parla di Zagrebancka e ne rimane molto affascinata perché è una banca a misura di “donna” non ha mai pensato di trasferirsi lì?

Ripensandoci non ho mai veramente deciso di cambiare lavoro e quindi di cercarmene uno diverso da quello corrente. Ho sempre colto e sfruttato opportunità che mi si sono via via presentate e il trasferimento in Zagrebacka Banka non mi è stato mai proposto, come invece è successo per Bank Pekao.   Ma un trasferimento duraturo in Polonia avrebbe messo in crisi il menage familiare e non ho ritenuto che il gioco valesse la candela. In ogni caso ho comunque lavorato con i colleghi polacchi e le trasferte in giornata da Varsavia a Milano e viceversa, alzandomi alle 3 del mattino e rientrando a mezzanotte, hanno ancora il sapore di imprese eroiche.

  • Cosa ne pensa del progetto Rocket? E del capo progetto con “Solo le domande giuste”?

In quel momento, l’approccio mi aveva sconvolto: quando affrontavo argomenti nuovi ero abituata a leggere della documentazione  (poca o tanta che fosse) e poi a fare le domande su quello che mi era poco chiaro o incompleto. “A fare delle domande” non solo “le domande GIUSTE”.  Era evidente che il project manager ci stava sfidando ed il suo obiettivo era di renderci la vita difficile. E sono certa che le era stato chiesto di comportarsi così perché il lavoro che dovevamo svolgere era visto come un’ ingerenza non richiesta e non prevista nei piani progettuali, che avrebbe potuto mettere a rischio i risultati. Quanto al progetto Rocket e alla sua gestione, posso tranquillamente affermare: ineccepibili. Se non per un particolare: la responsabilità  e l’organizzazione è stata completamente demandata a personale esterno.

  • Quando racconta la barzelletta dell’amministratore delegato è vera o no (p. 74)? Che significato voleva trasmettere?

La barzelletta è assolutamente autentica, me l’hanno raccontata dei colleghi polacchi ( nel mio libro non c’è nulla di inventato….). Ed è in sintonia con i racconti autoironici di alcuni colleghi di Bologna, sopravvissuti a più fusioni di banche.  Avete mai visto il film Papillon, quando i carcerati si affacciano dalle finestrelle delle loro celle, si guardano reciprocamente e si chiedono : “come sto? “ che significa “sono ancora vivo?”. Le battute dei colleghi avevano questo sapore. Le fusioni delle banche hanno portato come effetto collaterale tanti “doppioni” e quindi esuberi di personale che sono stati gestiti non sempre al meglio, soprattutto subiti, non scelti, da chi ha dovuto cercare un altro posto di lavoro.

  • Sono state utili le sue trasferte all’estero? Ha ricordi felici? Ci può raccontare qualche aneddoto di una esperienza all’estero?

Più che utili. Più che interessanti. Mi hanno arricchito non solo dal punto di vista lavorativo ma soprattutto umano. Il trovarsi lontano da casa, dalla propria famiglia e dai colleghi che ormai conosci come le tue tasche, fa nascere una complicità particolare con i tuoi compagni di viaggio e una familiarità unica con gli altri italiani che incontri all’estero. Un aiuto importante che  sostiene le attività che, lontano da casa, richiedono senza dubbio maggior impegno e fatica. Poi c’è anche la parte divertente: conoscere posti nuovi, abitudini di vita diverse, cibo che a casa non mangeresti mai….   il ristoratore (italiano) che faceva il test di italiano al personale che assumeva perché non sopportava che i nomi dei cibi italiani venissero storpiati; il collega, oggi residente in italia,  inglese ma origini irlandesi, che a Shanghai, il giorno di san Patrizio, festeggiava, bevendo birra  fino all’alba con tutti i colleghi (italiani) che incontrava;  il collega che a colazione aveva il coraggio di mangiare aringhe affumicate e qualsiasi altra cosa strana che trovasse nei buffet; i consulenti che, dopo aver viaggiato tutto il giorno  ed una cena frugale,  avevano la forza di lavorare  nella hall dell’albergo fino alle due di notte per preparare i meeting del giorno dopo…..ma loro erano bionici o semplicemente giovani!

  • Le hanno mai chiesto di trasferirsi all’estero? Se è no, le sarebbe piaciuto trasferirsi?

Come ho già detto la famiglia ha un ruolo importante nella mia vita e avendo sposato un ingegnere che ha girato il mondo, non sarebbe stato facile conciliare un mio trasferimento all’estero con tutte le altre esigenze familiari. Visto che comunque ho avuto modo di frequentare più di un paese estero, anche se per periodi più limitati, direi che non ho rimpianti. E poi la mia casa, il mio Paese mi piacciono più di ogni altro.

  • Come mai non pubblica le email di risposta ricevute ma solo le sue?

Recentemente mi occupo di Compliance e ho imparato ad essere molto attenta al rispetto delle normative, soprattutto quelle che hanno a che vedere con il settore bancario: la privacy è una di queste. In più la maggior parte delle risposte sono state informali e “per le vie brevi”.

  • Come ha vissuto il momento di cambio della regione sociale( da Unicredito italiano a Unicredit spa)?

il cambiamento della ragione sociale  ha ovviamente un significato simbolico più profondo di un semplice cambio del nome societario. Ha rappresentato la fine di un’epoca essenzialmente  solo “italiana”  e l’inizio dell’ internalizzazione  a 360 gradi: del mercato, della clientela, dei colleghi. Un cambio di prospettiva importante che, insieme alla privatizzazione, ha portato il gruppo a confrontarsi con tutto il mondo. La mia reazione? un misto di curiosità , entusiasmo, paura dell’ignoto, ….ma soprattutto la voglia di vivere il cambiamento in modo attivo.

  • Si è mai pentita di aver rifatto quella stessa domanda sull’IT? Che sensazione ha avuto? P 92

Come racconto spesso, le domande “in diretta”, che ho posto al top management nei workshop, non sono state premeditate, ma nascevano da un bisogno quasi irrefrenabile, dal contesto e dalle emozioni che provavo in quel momento. E sono nate soprattutto nei momenti  in cui non vedevo la “strada”, non capivo la direzione verso cui stavamo andando, per carenza di comunicazione o poca trasparenza. E se anche le risposte non sono sempre state illuminanti ed esaustive, non mi sono mai pentita di averle fatte.

  • Si dimette l’amministratore delegato Profumo e lei scrive un articolo dove sottolinea il fatto che non sarà una donna. Ma molto spesso sottolinea il fatto di essere donna è un difetto. Perché? Pensa che a volte la sua azienda sia stata maschilista?

Penso di non svelare nessun segreto o di scandalizzare nessuno, affermando che la maggior parte dei grandi gruppi finanziari (in particolare le banche) è “cosa da uomini”. Basta contare quanti amministratori delegati sono uomini. E’ anche vero che nella composizione dei consigli di amministrazione si è visto, negli ultimi anni, una certa evoluzione e la partecipazione crescente di quote rosa. Ma un’azienda non è solo il suo consiglio d’amministrazione. E’ fatta soprattutto dal capitale umano che ci lavora e nelle linee operative le teste che contano e governano sono ancora a maggioranza maschile. Che fare? Non perdersi d’animo, prepararsi adeguatamente dimostrando che (magari non sempre), siamo meglio dei nostri colleghi maschi.

  • Le sarebbe piaciuto essere il nuovo amministratore delegato?

Anche no! Non ho mai avuto dubbi. Ho sempre fatto con grande passione il mio lavoro, un lavoro che mi piace, anche se costa fatica e a volte procura più grattacapi che soddisfazioni. Ma sono convinta che il mio lavoro non è quello dell’amministratore delegato di una banca (sono un ingegnere!) , a cui lascio volentieri oneri ed onori.

  • Cosa pensa della carica di Profumo? Secondo lei ha fatto un buon lavoro invece?

La storia sicuramente giudicherà meglio di me il suo operato. Quello che sicuramente è un dato di fatto è la forte espansione che il gruppo ha avuto sotto la sua direzione, espansione che ha portato una banca statale italiana ad essere un gruppo internazionale privato ad azionariato diffuso che ha acquisito (e salvato dalla crisi) un banca tedesca (!!) e se le è giocata alla pari con i grossi colossi europei: traguardi impensabili alla fine del secolo scorso. Anche le imprese IT sono eccezionali: nessun altro ha mai rischiato e confidato così tanto nell’IT da chiudere una banca il venerdì pomeriggio con un sistema informativo ed aprirla il lunedì seguente con un altro, completamente nuovo. La contropartita è stata certamente una forte pressione sulle performance richieste a tutto il personale e una forte propensione al rischio che ancora oggi stiamo pagando a caro prezzo. Dal mio punto di vista personale il bilancio rimane comunque positivo.

  • Lei in banca ha sentito la crisi? E sulla sua carriera?

Tutti in banca abbiamo vissuto e stiamo vivendo  la crisi: le conseguenze le abbiamo davanti agli occhi, quotidianamente. I piani di esubero con relativi pre-pensionamenti di massa ne sono un esempio. La crescita economica è un volano indispensabile per il business bancario: se la gente consuma, il mercato cresce, le aziende producono e investono e le banche prestano e guadagnano. La dinamica è molto semplice. La crisi economica rallenta questa dinamica e la prima conseguenza è che non si lavora più con lo stesso ritmo o, peggio, non c’è più lavoro per tutti. I progetti si fermano o non partono neanche e comincia la caccia ai “saving” o meglio alla riduzione dei costi, a qualunque costo.  Ma è proprio in questi momenti che bisogna avere la forza, la lucidità ed il coraggio di guardare oltre e prepararsi adeguatamente per il futuro.

  • Nel 2012 c’è la riorganizzazione italiana, come la prende? P 101

Dalla fine degli anni ’90 i miei colleghi ed io abbiamo vissuto in mezzo a riorganizzazioni continue, imparando (non tutti!) a cavalcarle da esperti surfisti, reinventandoci a volte anche il nostro mestiere, cercando di non subire passivamente e rimanere agganciati ai cambiamenti in atto. E’ importante avere sempre un atteggiamento positivo verso il cambiamento. Altrimenti si rischia di non cogliere opportunità di crescita, sia professionale che di carriera, e di “invecchiare” troppo precocemente.  Certo costa fatica…..

  • L’avventura di un povero Project Manager si riferisce a lei? È lei che ha gestito quell’operazione? Se è si, come mai è stata spostata? Se invece la risposta è no, perché la racconta in prima persona? P 116

Sì certo il povero Project manager sono proprio io. Tornavo a gestire progetti “nazionali” ,dal lato tecnico, dopo qualche tempo e soprattutto dopo la formalizzazione del processo di Project management e dei sistemi informatici di supporto. Devo confessare che è stato un incubo, non solo per me, e ho scritto il racconto raccogliendo il grido di dolore di tante “vittime dei processi”, sperando che servisse a far riflettere sul mostro di burocrazia che ne era nato. il mio trasferimento ad altro incarico mi ha “salvato” dal soccombere, ma è stata una coincidenza che sia avvenuto in quel momento: gli obiettivi delle mie attività  presso l’ufficio contabilità della società informatica del gruppo (supportare la nuova configurazione organizzativa con il set up delle piattaforme informatiche adottate) erano stati sostanzialmente raggiunti ed era ora che tornassi in holding.

  • Come mai la prossima puntata del povero Project Manager non l’ha scritta?

Il motivo è che non l’ho vissuta personalmente, causa il mio trasferimento in holding. Ho lasciato l’eredità del progetto ad una collega che l’ha portata a termine con successo e soprattutto è sopravvissuta!

  • Cosa fa ora invece?

Mi occupo di Compliance, in particolare di ICT Compliance. Negli ultimi anni, complice qualche operazione importante di outsourcing delle attività informatiche di banche e istituti finanziari, gli  organi regolamentari e di vigilanza si sono dati molto da fare per inquadrare e normare l’IT delle banche, sia dal punto di vista dei sistemi che dei processi.  Uno dei razionali più importanti è senz’altro la sicurezza delle informazioni e la necessità di proteggere i dati dalle incursioni sempre più frequenti e specializzate degli hacker. Ecco perché c’è un’attenzione sempre più crescente sull’argomento e vengono investiti fondi e il lavoro di tante persone sul tema.

  • Secondo lei il futuro sono le start up?

Le start up rappresentano sicuramente un’opportunità importante per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro e vogliono spendersi e rischiare per le proprie idee. Quando ho iniziato io a lavorare, intraprendere un’attività in proprio era sicuramente più difficile e richiedeva comunque capitali di non facile reperimento, soprattutto dai giovani. Oggi si possono raccogliere fondi velocemente e con poca fatica se si ha un’idea valida e si convince la platea di potenziali investitori, molto più vasta e variegata. Un rischio che si corre è però quello di rimanere perennemente bambini, dei Peter Pan dell’imprenditoria e prima o tardi se ne paga il prezzo. Dopo un certo periodo (passato magari protetto in un’incubatrice) una start up si trova a dover decidere del suo futuro: crescere di dimensione (con tutti i rischi che questo implica) o farsi assorbire da qualche realtà più grande. Né l’una né l’altra sono sbagliate o giuste in assoluto e in ogni contesto. L’importante è esserne consapevoli e saperne analizzare le conseguenze, come anche dei propri sbagli da cui non è esente neanche la start up più corazzata che sta sviluppando l’idea migliore del mercato. Ed è estremamente importante sapere come ripartire dopo ogni fallimento, piccolo o grande che sia.

  • Perché la banca si appoggiava agli esterni e non si appoggiava alle capacità interne?

Perché è sostanzialmente più facile e richiede meno tempo: si possono scegliere tra le competenze offerte quelle che servono in quel momento, utilizzarle per il solo tempo che sono necessarie e non preoccuparsi di cosa faranno dopo. E non è poco quando per mantenere il tuo vantaggio competitivo devi correre e non puoi concederti pause. Purtroppo è un sistema che, oltre al cash out più elevato, impoverisce a lungo termine  il patrimonio di competenze interne che sarà quindi sempre meno pronto a reagire e affrontare le nuove sfide, diventando sempre più zavorra anziché volano produttivo.

  • Hanno mai preso in considerazione i suoi suggerimenti?

Sono certa che qualcuno li ha letti. E spero che qualcuno ci abbia riflettuto. Sul vederli puntualmente mettere in pratica….beh…peccherei di presunzione!

  • Come mai ha scritto questo libro?

vedi prima domanda/risposta.

  • La banca cosa ne pensa? L’ha mai letto o ricevuto qualche loro critica?

L’hanno letto tanti colleghi, appartenenti a diversi aree/livelli dell’organizzazione aziendale. Un spaccato di “cosa ne pensano” lo trovate nelle recensioni che hanno lasciato su Amazon. Ho anche ricevuto qualche mail che, non lo nego, mi ha commosso.

  • Attualmente la banca com’è messa? È in positivo o in perdita?

Una banca non può permettersi il lusso di essere in perdita, altrimenti fallisce. e se è a capitale privato deve distribuire dividendi (magari eccezionalmente in azioni anziché cash). E questo perché il pilastro più importante su cui si basa l’attività e quindi la buona salute di una banca è la fiducia: la fiducia di chi investe (azionisti), la fiducia di chi le affida i suoi risparmi e la fiducia di chi chiede del denaro in prestito. I bilanci attuali delle banche non sono certo così in salute come quelli dei primi anni 2000 ma, dopo la crisi economica che ha fatto emergere delle debolezze strutturali (in particolari il peso insostenibile dei crediti deteriorati), sono sicuramente più “puliti”, almeno quelli dei gruppi bancari italiani. Anche se un vecchio collega della contabilità, in tempi non sospetti, mi diceva: “Ma ha mai visto un bilancio che dice la verità?”

  • I dipendenti l’hanno letto? Ha ricevuto recensioni negative? Complimenti?

vedi risposta precedente.

  • Penserà di scrivere un seguito?

A dire il vero ho già scritto “La trilogia della GDPR”, tre divertenti racconti su altrettanti temi della nuova normativa europea sulla privacy entrata in vigore lo scorso giugno.

  • In che rapporti è rimasta con la banca?

In realtà in banca ci lavoro ancora….in attesa della meritata pensione! Prima di pubblicare il libro mi sono assicurata di non violare le nostre innumerevoli policy e rischiare eventuali sanzionamenti. Per ora mi è andata bene e devo riconoscere che, nella mia lunga esperienza lavorativa nel gruppo Unicredit, non ho mai ricevuto pressioni che limitassero la mia libertà di espressione.

  • Come mai al lettore è rimasto dell’amaro una volta finito il libro? Anche altre persone le hanno detto la stessa cosa?

Forse perché non c’è un lieto fine? Una delle espressioni che mi irritavano maggiormente quando avevo la vostra età era: ”Ai miei tempi queste cose – cattive – non succedevano. Ai miei tempi c’era più di questo – buono –  e meno di quello – cattivo. Ai miei tempi…ecc, ecc”. E così ho cercato di evitare che il libro diventasse un “amarcord” di tempi spacciati per migliori di quelli attuali. Non so se ci sono riuscita fino in fondo e forse questo è il motivo dell’amaro…..

  • Se non ci fosse stata la crisi, secondo lei le cose sarebbero andate diversamente o le cose dovevano succedere lo stesso? Sarebbe cambiata lo stesso la ragione sociale?

Il cambiamento della ragione sociale è avvenuto prima della crisi finanziaria globale ed è stato la conseguenza più scontata della politica espansionistica e quindi di internazionalizzazione del gruppo Unicredit. Ma, probabilmente, il fatto che un certo modo di fare banca andasse, prima o poi, in crisi, era scontato: la globalizzazione dei mercati, la concorrenza sempre più agguerrita di competitor non bancari, la digitalizzazione spinta della domanda/offerta di tanti servizi,  non sono frasi fatte e richiedono comunque un cambio di passo, un modo diverso ed innovativo di interagire con i clienti e di fare business. Altri settori sono stati sicuramente più reattivi e le banche stanno certamente soffrendo più di altri, trovandosi a fare i conti con dei costi non più sostenibili e un margine finanziario sempre più risicato. Vedremo…