iExample: Glass to Power con Prof. Francesco Meinardi

Università e impresa sono due mondi separati? Molti ricercatori si fregiano del titolo di accademici, e ci tengono a sottolinearlo: loro fanno ricerca, quella pura! Secondo altri, più audaci, l’impresa può essere un luogo d’incontro tra università, ricerca e mondo del lavoro, un luogo in cui gli sforzi per sperimentare e validare/confutare una ipotesi escono dal laboratorio e prendono coscienza di ciò che c’è “là fuori”, nel mercato. Glass to Power è un perfetto esempio: uno spin-off dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca che parte dal laboratorio e si affaccia al mercato della sostenibilità energetica, unendo il sapere acquisito nella ricerca accademica con le competenze di chi conosce le dinamiche di mercato e aziendali, ponendosi come obbiettivo la produzione di finestre fotovoltaiche, in grado di lasciar passare la luce per illuminare gli ambienti e allo stesso tempo catturare parte dell’energia luminosa per trasformarla in energia elettrica.

Facciamo un passo indietro. Tutto inizia dalla ricerca di laboratorio dei professori Francesco Meinardi e Sergio Brovelli sovvenzionata dall’Università Bicocca: l’obbiettivo di laboratorio è realizzare una lastra sottile parzialmente trasparente che, nonostante lasci passare buona parte della luce, sia in grado di catturare parte dell’energia solare e trasformarla in elettricità. Sin da subito sono immaginabili le applicazioni pratiche: finestre apparentemente normali, ma in grado di produrre energia elettrica. Pare una magia! ma c’è una spiegazione scientifica, e la tecnologia in questione si chiama concentratore solare luminescente: nel PVC che compone la lastra sono disperse delle nanoparticelle in grado di catturare parte della luce nella lastra ed emetterla verso i bordi, dove delle normali celle fotovoltaiche la convertono in energia elettrica.

Brillante vero? La tecnologia del concentratore solare luminescente era cosa nota – almeno dagli anni ’70 – ma tutte le sperimentazioni fatte fino a quel momento nel mondo si erano rivelate fallimentari, cosicché venne abbandonata. Fino a quando i prof. della Bicocca la hanno recuperata, ottenuto risultati da prima pagina nelle riviste scientifiche e riacceso l’interesse della comunità scientifica di settore verso tale tecnologia. Una bella soddisfazione, ma il primo prototipo di lastra presentava ancora dei problemi di autoassorbimento, dovuti alle caratteristiche fisiche delle nanotecnologie utilizzate, e di tipo estetico, in quanto tale particelle coloravano eccessivamente il PVC – la vorresti una finestra rossa?! chissà, forse mr. Grey. Ecco allora la risposta dei ricercatori della Bicocca: un nuovo tipo di nanoparticella formata da un nucleo e un guscio di materiali diversi, in grado di fare uno da antenna e uno da emettitore della luce, evitando l’autoassorbimento e migliorando l’efficienza di conversione della luce in elettricità.

Ma il risultato è ancora lontano. Sussiste il problema del colore delle lastre, che rende il prodotto impossibile da piazzare sul mercato, e si aggiunge il problema della tossicità delle nuove nanoparticelle – contengono infatti cadmio; inoltre il nuovo prototipo ha ancora una efficienza troppo bassa per pensare una vera applicazione industriale e i pezzi finora prodotti hanno le dimensioni di una moneta da un euro. Meinardi e Brovelli, spinti dalla volontà di scoperta e dal desiderio di realizzare un prodotto commerciabile, trovano ancora una volta una soluzione al problema: sostituiscono di nuovo il tipo di nanotecnologia, risolvendo la questione del colore – ora le lastre sono di un tenue grigio-nocciola, non alterano la percezione cromatica dei nostri occhi -, quella della tossicità, dell’efficienza – con una trasparenza dell’80% l’efficienza è del 3.2%, grazie ad un buon effetto antenna/trasmettitore delle nanoparticelle – e delle dimensioni, realizzando una lastra di 1 metro quadro senza significative perdite nell’efficienza.

E’ tempo di farci del business. Il prodotto sembra avere tutte le caratteristiche per pensare concretamente una applicazione industriale apprezzabile dal mercato: non è tossico, risponde al gusto estetico, mantiene una buona efficienza entro determinate dimensioni. Il mercato in questione, attualmente two-billions-dollars-worth, è fiorente e in espansione – +30% all’anno – data l’importanza sempre maggiore della sostenibilità energetica secondo le normative comunitarie e la reale necessità di trovare fonti alternative di energia a quelle non rinnovabili. I competitors diretti non esistono: il solare fotovoltaico e la tecnologia a film sottile sono beni sostitutivi, ma non ci sono operatori economici che entrano in diretta competizione con la finestra fotovoltaica.

E finalmente è Glass to Power. Dal laboratorio si passa all’analisi del mercato, e poi alla decisione di entrarci. Sergio Brovelli, Francesco Meinardi e Emilio Sassone Corsi, con il suo apporto di conoscenza del mondo imprenditoriale, credendo nel prodotto e nella determinazione dei suoi soci, fondano Glass to Power il 28 settembre 2016 con un capitale iniziale di 300’000 euro. E il 9 novembre già si parla dell’azienda: le finestre fotovoltaiche vincono lo Special Recognition Award nella categoria Green Technology agli R&D100 Awards. Glass to Power si struttura come azienda: assume il personale per comporre il resto del team, redige un business model, elabora la propria strategia di prodotto, si dota di un reparto marketing e comunicazione e implementa il centro della gestione caratteristica, deputato alla realizzazione del prodotto. Nel frattempo gli investitori si rendono conto della potenzialità del prodotto nel relativo mercato e investono nel team: il patrimonio netto arriva in breve tempo a 600’000 euro.

What’s next? Al team di Glass to Power non resta che andare avanti, perfezionare il prodotto e la struttura aziendale, attaccare il mercato facendo leva sulle caratteristiche totalmente innovative del proprio brevetto, e puntare in alto laddove splende il sole che da energia alla loro impresa.

Autore: Daniel Romano