CO2 atmosferica: come cambia il cibo

Nel luglio 2019 la rivista scientifica “The Lancet” ha pubblicato un articolo in cui mostrava quale sia l’impatto dell’aumento di CO2 atmosferica sulle proprietà nutrizionali dei cibi. Attraverso questo articolo, è stato lanciato così un allarme circa le conseguenze che si potranno avere sulla sicurezza alimentare.

 

Solo quattro anni prima, nel Settembre del 2015, i 193 stati membri ONU avevano stilato il programma Agenda 2030: lo scopo era quello di guidare i Paesi sottoscriventi verso uno sviluppo più sostenibile, mediante l’ausilio di una serie di obiettivi da raggiungere entro i quindici anni successivi. Tra i 17 “sustainable development goals” vi è anche quello che vorrebbe vedere azzerata la fame nel mondo…ma come sarà possibile farlo se il cibo cambia molto più velocemente di quanto pensiamo?

 

 

Dati relativi al cambiamento dei valori nutrizionali del cibo

 

 

Ad oggi le concentrazioni di CO2 atmosferica sono aumentate quasi del doppio rispetto all’era pre-industriale e si stima che l’effettiva concentrazione di CO2 raggiungerà le 570 ppm prima della fine di questo secolo. Un gruppo di ricercatori ha provato a coltivare diverse varietà di riso in siti diversi e alle condizioni di anidride carbonica previste per il futuro: il risultato è stupefacente. Raffrontando i campioni prelevati con quelli coltivati alle condizioni correnti, si riscontra una diminuzione del 10% per la componente proteica e, allo stesso modo, è stata osservata una diminuzione anche per il ferro e lo zinco rispettivamente dell’8 e del 5%. Questi dati possono essere spiegati partendo dal presupposto che, con l’aumento della CO2, aumenta anche l’attività fotosintetica delle piante e di conseguenza aumenta la sintesi di zuccheri e amido. Sono dunque minime le quantità di carbonio che possono essere utilizzate per costruire altre macromolecole come proteine e vitamine.

 

Le ripercussioni dovute alla diminuzione dei nutrienti nel cibo possono essere diverse, infatti per esempio se si osserva il complesso vitaminico B, il dato che desta maggiore preoccupazione è quello della vitamina B9 che registra una diminuzione di circa il 30%. La vitamina B9, nota anche come folato, ha un ruolo determinante nei primi trimestri della gravidanza, tant’è che evidenze scientifiche dimostrano come la carenza di acido folico rappresenti uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di malformazioni e, in particolare, dei difetti del tubo neurale, come il mancato sviluppo del cervello o l’estroflessione del midollo spinale. Lo zinco, i cui dati sono riportati precedentemente, ha anch’esso rilievo nello sviluppo fetale e continua ad avene per tutta la vita dell’individuo condizionandone fortemente la salute; secondo i primi dati raccolti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad oggi, sembrerebbe che circa 1.4% delle morti nel mondo possa essere attribuito alla mancanza di zinco. Nei paesi in via di sviluppo la carenza di zinco può colpire quasi 2 miliardi di soggetti e gli effetti possono essere i più disparati: dal ritardo nella crescita all’alterazione delle funzioni biochimiche vitali.

 

Sicuramente queste ricerche non sono rassicuranti, ma è opportuno contestualizzare l’analisi fatta. Infatti, la diminuzione dei parametri nutritivi qui osservati è rappresentativa solo del riso, e attualmente non sono disponibili repliche dell’esperimento che coinvolgano altri cereali, sebbene uno scenario simile non possa escludersi aprioristicamente. Inoltre, è bene considerare che il fabbisogno calorico giornaliero di un individuo non viene coperto solo dai cereali, anzi è noto ormai da tempo, come sia preferibile un’assunzione dei nutrienti mediante un regime alimentare il più possibile vario. Alcuni studi dimostrano che si registra un cambiamento nelle abitudini alimentari delle popolazioni correlato aumentare del PIL. Ad esempio se si prendessero in analisi Giappone e Corea del Sud, si noterebbe che il consumo di riso dal 1975 ad oggi, è diminuito del 40%, nel primo paese e di quasi il 50% nel secondo.

 

L’impoverimento del cibo ha alla base una visione antropocentrica dell’ambiente e spesso a pagarne le conseguenze sono le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, infatti nel tempo l’uomo ha prediletto, e dunque selezionato, le varietà vegetali con una biomassa maggiore a discapito della qualità nutritiva delle stesse. Gli effetti dell’aumento della CO2 individuano un rischio che può essere definito sinergico, soprattutto nei Paesi come quelli africani. Negli ultimi anni, si è registrato infatti, un cambiamento nei modelli agricoli: si è abbandonata la coltura dei vegetali endemici a favore delle grandi colture di mais. La coltivazione del granturco provoca uno sfruttamento insostenibile sia del terreno che dell’acqua e in più favorisce la scomparsa degli impollinatori specifici degli ecosistemi africani. All’aumento del consumo di mais è imputabile anche l’aumento dei tassi di obesità; obesità che colpisce sempre più anche i paesi in via di sviluppo come mostrat dai dati riportati nel 2013 dal Overseas Development Institute.

 

Se si può, inizio io: progetti dell’Università Studi di Milano-Bicocca

 

A tal proposito è nato il Progetto SASS (Sistemi Alimentari e Sviluppo Sostenibile) avviato nel 2017 da un Consorzio guidato dall’Università di Milano-Bicocca al quale partecipano l’Università Cattolica, l’Università di Pavia, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e lo European Centre for Development Policy Management di Maastricht. Questo progetto, che agisce proprio nell’Africa Subshariana, ha come scopo quello di lavorare sui sistemi agricoli ed individuare le specie vegetali marginali, ricche di nutrienti, che vengono consumate nelle diete locali. In particolare, si ha come obiettivo quello della ri-scoperta delle NUS (Neglected and Underutilized Species) mediante l’impiego di sistemi agricoli produttivi sostenibili, capaci di preservare suolo e risorse e al tempo stesso di produrre cibo e ricchezza.

 

«Grazie all’interazione di ricercatori di diverse discipline – dice Massimo Labra, docente di Biologia Vegetale e coordinatore del progetto l’Università Bicocca -, SASS mapperà e analizzerà i sistemi alimentari locali in tre diverse contesti dei paesi africani: aree naturali; aree agricole e contesti urbani e periurbani. Condivideremo e discuteremo obiettivi ed azioni della ricerca con gli stakeholders locali per capire insieme quali sono le strategie migliori da adottare per rendere gli attuali sistemi agricoli e di produzione alimentare più sostenibili e efficienti in vista delle sfide sociali future ma anche dei cambiamenti climatici in atto».

 

Infatti la scelta di coltivare mais, per i popoli dell’Africa Subsahariana, è una scelta di carattere economico in quanto apre loro la possibilità di esportare la materia prima, ma a lungo termine non può rappresentare una scelta sostenibile, né per l’ambiente né per tanto meno per la società, tant’è che sempre più le persone risultano obese e allo stesso tempo mal nutrite. La malnutrizione ha dei costi che il precario sistema sanitario africano non può permettersi, la scienza però ora può aiutare questi Paesi. Infatti, oltre ravvivare la tradizione delle colture originarie, è possibile selezionare varietà adatte alle condizioni ambientali africane, permettendo loro di preservare la risorsa acqua, favorendo l’equilibrio biotico e permettendo loro di esportare materie prime uniche e di qualità.

 

Se si tenesse fede al primo degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile e si riuscisse ad azzerare la povertà, non ci si dovrebbe preoccupare oltre modo dei dati riportati finora, e sebbene, anche grazie all’Università Milano-Bicocca possiamo sperare in un sereno epilogo per la situazione africana, i dati dell’analisi sui cereali desta ancora preoccupazione. I principali paesi consumatori di cereali cambieranno probabilmente nei prossimi decenni ma la dipendenza dai cereali a livello globale come alimento base continuerà.

 

Le Nazioni Unite individuano nella povertà la più grande minaccia per il futuro dell’umanità, il rapporto FAO dichiara che: “Nel 2019, circa 690 milioni di persone non avevano cibo a sufficienza da mangiare, in aumento di 10 milioni rispetto al 2018 e di quasi 60 milioni in cinque anni. […]. La pandemia COVID-19 ha messo altri 130 milioni di persone a rischio di fame entro la fine del 2020.” e questo dato sembra essere destinato a crescere, non solo perché la popolazione mondiale aumenta di anno in anno; ma anche perché, a meno che non ci sia un radicale cambio di rotta, il cibo sarà sempre meno nutriente.

 

Laura Franceschi

Studentessa di Scienze e Tecnologie dell’Ambiente e del Territorio presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Partecipa al ciclo X di iBicocca per ampliare le proprie conoscenze anche curiosando in ambiti lontani dal proprio campo di studi.